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Daniela Galeazzi – Maria Renata Sasso

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“Io sottoscritto faccio fede di haver medicato Zuan da Colla hortolano habitante in Strassoldo, di una feritta fatta di stillo triangolaro, situata nel hippocondrio sinistro, penetrando in detto hipponcondrio verso la parte soperiore nella parte carnosa dal diafragma, accompagnata di febre et difficoltà di respirare, la quale feritta mentre non succidino cattivi accidenti sarà senza periculo, in quorum fidem et cetera     –     Pietro Laperla medico chirurgo”[i]

Così il 7 giugno 1659 il chirurgo di Palma, Pietro Laperla, certificava di aver prestato la sua opera in favore dello sfortunato ortolano Zuanne da Colla. Da un attento esame della forma della ferita, l’esperto chirurgo aveva anche individuato il tipo di arma da cui era stato trafitto il malcapitato: si trattava di uno stilo, un’arma simile ad un pugnale, fornita di una lama triangolare, acuminata e stretta, un’arma particolarmente insidiosa.

Ma chi era Zuanne da Colla e in quale sventurato frangente s’era imbattuto nel giugno del 1659?

Zanne era un popolano come tanti, un semplice ortolano, che sarebbe rimasto per sempre nell’anonimato se, proprio grazie a questa ferita, non fosse finito nei documenti conservati presso la cancelleria Strassoldo. Analizzando quindi l’incarta

mento che lo riguarda, riusciamo a conoscerlo nel suo aspetto fisico e a ricostruirne le principali abitudini quotidiane: “di barba et mustachi castagni, d’ettà d’anni quaranta in circa … carico di sei creature e la moglie”, ogni mattina si recava a Muscoli per lavorare il suo orto, poi andava “a disinare” nell’osteria di “dona Catarina Zanona” e verso sera tornava nella sua casa di Strassoldo. Come succedeva nei piccoli borghi, gli abitanti si conoscevano tutti fra loro ed anche Zuanne, quando non era impegnato nell’orto, si trovava con i suoi compaesani, “Fabio Rossi, Valentino Lischiutta cargniello, Michel Agostano, Colao Monaco, Batta, il Zotto…”, tutti pronti a prendere le sue difese nello sventurato caso occorsogli.

Zuanne quindi era un uomo dedito al suo lavoro, probabilmente assorbito come tanti suoi pari dal problema di dover provvedere a sfamare sette bocche oltre la sua. Ma se l’ortolano era un tipo tranquillo, che non andava in cerca di grane, non altrettanto si poteva dire di molti suoi contemporanei. A quel tempo era molto facile infatti imbattersi in personaggi arroganti, pronti a trovar ogni pretesto per attaccar briga, ad accendersi al minimo accenno di mancanza di rispetto o di presunta offesa.

Per sapere cosa fosse successo all’ortolano il primo sabato di giugno del 1659, dobbiamo risalire alla denuncia fatta dal degano di Strassoldo al conte Nicolò.

Com’è noto, il degano, tra i suoi vari compiti di capocomune, aveva anche quello di denunciare ogni atto che turbasse l’ordine pubblico. In questo caso egli denunciò il ferimento al rappresentante della famiglia Strassoldo, il conte Nicolò, giudice i

n carica quell’anno. La nobile famiglia infatti deteneva ancora nella sua contea l’antico diritto feudale di esercitare la giustizia, diritto confermatogli dalla Repubblica di Venezia al momento della conquista del Friuli. In queste terre la Serenissima scelse di non attribuire al proprio rappresentante, il Luogotenente di Udine, il potere giudiziario ordinario, mantenendo inalterati i privilegi giurisdizionali dei feudatari locali; si attribuì invece le competenze giurisdizionali nei processi penali riguardanti delitti commessi mediante “archibuso” e nel caso in cui si giungesse al secondo grado di giudizio.

Subito si mise in moto la macchina della giustizia.

Tramite uno specifico decreto, il giudice Nicolò Strassoldo ordinò al suo cancelliere di raccogliere la testimonianza, cioè “ricevere il constituto del … feritto”, Zuanne da Colla.

Il solerte funzionario, recatosi a cavallo presso la casa dell’ortolano, lo trovò “in una stanza in solaro … disteso in una litierra alla contadina che giemeva”, ma non tanto malridotto da non poter rispondere alle sue domande. Dopo aver fornito le proprie generalità, Zuanne spiegò che si trovava “a letto perché sabato sera passato il Patron Marquardo di Pirano m’ha dato una stilitata sotto il fianco sinistro che mi fa dolori  da morire che apena  mi vien lo fiato.”

Chi fosse Patron Marqu

ardo Schiavuzzo di Pirano lo ricaviamo da altri documenti relativi al processo per ferimento che seguì alla deposizione di Zuanne. Era un agente di trasporto, diremmo oggi, proveniente dall’Istria, che tra l’altro aveva avuto l’appalto della fornitura di olio da parte del Comune di Cividale. Esisteva infatti un intenso commercio non solo di olio ma anche di sale, vino, legnami da costruzioni… tra l’Istria Friuli. La merce veniva caricata nei porti istriani su imbarcazioni adatte alla navigazione per mare. A Porto Buso, il carico veniva trasbordato su burchi[ii] e peotte[iii], battelli dal fondo piatto, adatti a risalire le tranquille acque del fiume Ausa.

Patron Marquardo era dunque uno dei tanti trasportatori che facevano la spola fra l’Istria e il Friuli, per rifornirlo del saporito olio della sua terra; egli era solito trasportare botti e barili fino a Muscoli; qui la mercanzia veniva scaricata dalle barche e, posta su carriaggi, giungeva via terra a Cividale.

A quel tempo la navigazione sull’Ausa, dalla foce al porto fluviale di Cervignano, era abbastanza agevole  e rappresentava la principale via commerciale della Bassa Friulana, tanto che quel porto costituiva il più frequentato scalo commerciale della zona. Qui attraccavano imbarcazioni cariche di merci dirette ai territori veneziani e a quelli asburgici, qui s’incontravano due mondi che scambiavano mercanzie e prodotti. L’Ausa però al tempo stesso rappresentav

a una problematica linea di confine tra due stati costretti a convivere a stretto contatto di gomito. Il fatto che dal 1509 la sponda sinistra del fiume, e quindi Cervignano, appartenesse agli Asburgo e quella destra, con Pradizziolo e Muscoli, fosse Veneziana fu fonte, com’è facilmente intuibile, di continue scaramucce, rappresaglie, diatribe…

Queste controversie si accentuarono verso la fine del XVI secolo. I Veneziani, infatti, prima della costruzione della fortezza di Palma, non avevano dimostrato molto interesse per l’Ausa, che invece veniva ampiamente utilizzato dagli Austriaci. Ma quando i provveditori di Palma ritennero oltremodo vantaggioso per la fortezza disporre di una via d’acqua che congiungesse la piazzaforte al mare, iniziò l’interesse di Venezia per usufruire dell’Ausa, rendendolo navigabile fino a Muscoli. Qui vennero ultimate nel 1604, ad opera del Provveditore Generale di Palma  Nicolò Dolfin, delle “porte” (chiuse), che alzavano l’acqua fino a 18 piedi[iv]  per permettere alle imbarcazioni di proseguire poi fino a Strassoldo.

I provveditori veneziani tentarono ripetutamente di far proseguire la navigazione fino a Palma, usufruendo del corso dell’Imburrino, ma a causa del regime torrentizio delle sue acque, della pendenza del suolo, dei costi eccessivi di manutenzione, la navigazione non arrivò mai al di là di Muscoli.

Ma quali motivi avevano per entrare burrascosamente in contatto fra loro, tanto da giungere ad un ferimento, un “marinaro”, che faceva parte del variegato e movimentato mondo legato al porto fluviale di Cervignano, e un “hortolano”, che lavorava la terra nella piccola villa di Muscoli?

Per saperlo riprendiamo la testimonianza che Zuanne, ferito e disteso nel suo letto, rilasciò al cancelliere di Strassoldo: “ racconterò tutto il fatto a Vossignoria, che è così: sabato passato io mi atrovavo al ponte di Cervignano e questo patron Marquardo mi pregò che lo agiutasse a tirar suso la portella del ponte per passare con la sua barca carica d’oglio et io volentieri lo agiutai a tirar suso la portella”.

I  due ebbero quindi occasione d’incrociarsi sul ponte dell’Ausa a Cervignano e il  meccanismo che regolava l’apertura del ponte fu all’origine del loro incontro-scontro.

Dobbiamo fare un passo indietro per comprendere com’era fatta questa struttura. Largo 36 piedi, il ponte era stato oggetto nel 1599 di una modifica sostanziale per volontà del Provveditore di Palma Marc’Antonio Memmo: “mandai ad accomodare il ponte di Cervignano, sostenuto da pali così spessi, che non potevano prima transitar barche di sorte alcuna; lo feci alzare alquanto, e levarvi i pali, però dalla metà del fiume in qua verso la parte della Serenità Vostra per non dar minima occasione agli arciducali di dolersi. Et ciò feci anco acciò che lo sbarco delle robbe s’allontanasse alquanto dalla villa di Cervignano, et con questo mezzo schivar in parte l’occasione di domandar il datio”.[v]

Lo stesso Memmo progettò anche di rendere apribile la parte veneziana del ponte tramite una portella larga due piedi e mezzo, per agevolare il passaggio di imbarcazioni alberate. Il suo progetto venne realizzato pochi anni più tardi.

Il meccanismo per alzare la portella però non doveva essere molto agevole se patron Marquardo quel giorno dovette ricorrere all’aiuto di Zuanne. “E lui (Marquardo) con una manovella agiutava a tirar suso essa portella et io con le mani come facea ancor lui  e, nel mentre che io havevo la portella nelle mani, lui la lasciò andare e mi segnaro entro le mani la detta portella et io dissi: via patron Marqurdo, agiutatemi, cospetto di Bacco; e lui mi disse: vi fatte malle, ridendo e mi agiutò che cavai fuori le mani; allora intendendolo a ridere le dissi: andate a burlare li vostri putti e non me”.

Tutto quello che successe dopo ebbe origine da questo scherzo di cattivo gusto, messo in atto da patron Marquardo a danno del popolano Zanne, e dalla conseguente risposta risentita di quest’ultimo.

Per il momento la cosa finì lì e i due, anche se indispettiti, andarono ognuno per la propria strada: Marquardo riprese la navigazione e Zuanne proseguì per Muscoli.

L’ortolano, terminato il lavoro, andò a pranzare nell’osteria di Caterina Zanona, dove ebbe luogo il secondo e più movimentato atto dello scontro. Qui si trovavano anche “Michel Agostano, Colao Monaco et Pietro mio (di Zuanne) figliolo  et questo patron Marquardo venne là dicendomi: tu sarai quello che mi farai passar sotto un legnio, pigliandomi per la barba e tirandomela et io le dissi: non è vero  che ciò io habbi detto et mi lasciò la barba e prese una cadrega che me la diede sopra la testa, che se Colao Monaco et altri non parava, e particulare un barcarolo, mi dava alla peggio e lui se ne andò alla barca e pigliò il stillo in mano che se lo messe alla centura”.

Zanne aveva veramente minac

ciato di picchiare con un legno patron Marquardo? In ogni caso la reazione di quest’ultimo fu eccessiva, violenta e presaga di ulteriori sviluppi.

A Strassoldo, sul far della sera, si svolse il terzo atto della vicenda, il più drammatico.

Dopo una giornata di lavoro, a tarda sera, Zuanne si trovava sulla porta di casa a chiacchierare con i compaesani Valentino Leschiutta e Fabio Rossi. Probabilmente stavano commentando lo spiacevole episodio accaduto quel giorno a Cervignano, rallegrandosi però che tutto fosse finito senza gravi conseguenze. Ma evidentemente patron Marquardo non considerava chiusa la faccenda. Giunse con la sua barca a Muscoli, capolinea della navigazione fluviale; trasferì il suo carico d’olio su tre carri e proseguì via terra verso Cividale passando per Strassoldo, proprio davanti alla casa dell’ortolano.

Quale migliore occasione per finire di regolare i conti, che riteneva ancora in sospeso, con quel villano?

“Quando fu dirimpetto a me si

 fermò e mi fece un ceglio scuro bisigando nel stillo, mugnando verso me et io, dubitando mi tornasse a dare, mi ritirai a casa mia e presi un spontone e veni fuori di casa e lui subito che mi vide a sortire fuori, mi saltò alla vita e mi diede la stilettata … me ne tirò diverse, ma per gratia di dio e di Fabio che parò, non mi colpì che con questa, io usii di casa per star sulla parata che non mi dasse come havea fatto a Muscoli e non per offenderlo”.

Questa versione dei fatti data da Zuanne verrà confermata durante il processo da Fabio Rossi, il quale dirà di aver visto Marquardo “confuso che havea un zuppone[vi] nel braccio sinistro che se lo involtava nel medesimo et l’altra mano teneva sopra il stillo che faceva motto di cavarlo … e Zuanne che sortì dalla sua porta con un spuntone et i figliuoli ambedui con un pezzo di legno per uno in mano”. Fabio Rossi affermerà che aveva cercato di fermare i quattro contendenti, ma a niente erano valsi i suoi tentativi di riportarli alla ragione: l’ortolano diede una bastonata a patron Marquardo “che lo colpì poco o nulla”; Marquardo invece con lo stilo gli “diede una ferita che cadde a terra e li figlioli” di Zuanne, Giacomo e Pietro, “vollero correre dietro a detto patrone veduto loro patre a terra, ma lui si salvò”.

La testimonianza di Fabio Rossi diventerà chiaramente a favore del compaesano quando il giudice vorrà appurare chi fosse stato per primo ad attaccar briga: “io vidi Zuanne hortolano senza arme sopra la sua porta e il patron Marquardo s’involt

ava il zuppone al brazzo come ho detto e l’altra mano la teneva sopra l’arma che l’acomodava et l’alestiva et dindi poco che si tratene meco, esso patrone mi disse: parate voi e fermatelo se no li darò”.

Alla fine della testimonianza resa da Zuanne ferito, il cancelliere gli chiese se intendesse sporgere querela contro patron Marquardo ed egli rispose: “io protesto tutti li miei danni, spese et interessi medici e medicine, carico di sei creature e la moglie, instando sii castigato come si deve per buona giustitia”.

Di conseguenza il conte Nicolò di Strassoldo procedette al sequestro del carico d’olio del querelato Marquardo, ma il patrone non poteva rischiare di mancare al suo compito di recapitare la merce a Cividale e si diede quindi subito da fare. Innanzitutto fornì agli organi competenti una sua versione dei fatti: era stato lui ad essere assalito da Zuanne, armato di bastone ferrato, e dai suoi figli armati a loro volta di bastoni, tanto da rimanere “offeso sopra la testa et una spalla”; subito dopo si procurò un garante, “il signor Domenico Zanetti di Palma”, che si impegnò con i suoi beni a far fede per Marquardo affinché venisse immediatamente dissequestrato il suo carico. La suddetta “piezeria”[vii], che ebbe come testimoni il “patron Zorzi Maraspini e il signor Carlo Castagno, mercante in Palma”, raggiunse il suo scopo, salvaguardando gli interessi di Marquardo.

Questo processo per ferimento apre uno squarcio sul groviglio di competenze che spesso allora entravano in gioco nell’amministrazione della giustizia locale. In questo caso poi la complicazione nasceva soprattutto dal fatto che il primo episodio criminale era successo a Muscoli e il secondo a Strassoldo, ambedue località sotto il dominio veneto, ma sottoposte anche ad altre giurisdizioni.

Come già ricordato, la Serenissima nei domini friulani aveva confermato gli antichi diritti feudali del territorio e quindi anche quelli della contea di Strassoldo. Come si può facilmente immaginare, la situazione non era priva di tensioni e contrasti e anche in questa occasione, il conte Nicolò, allora giudice competente per i territori della contea, si dimostrò geloso delle proprie prerogative. Sappiamo infatti da una sua lettera che tentò di escludere dal caso in questione il Provveditore Generale di Palma, evitando che questi potesse “saltarli qualche pensiere di pretendere solamente  di giudicarlo (Marquardo) lui”. Insomma era fermamente intenzionato a mantenere questo processo esclusivamente presso la cancelleria di Strassoldo, come effettivamente avvenne, probabilmente facendo in modo che si non giungesse a una sentenza negativa per Marquardo, il quale avrebbe potuto, in questo caso, presentare appello presso l’autorità veneziana.

Dall’altra parte la villam de Musculo[viii], da secoli appartenente al Monastero di Santa Maria fuori le mura di Aquileia, era soggetta alla giurisdizione delle monache benedettine. Anche in questo caso Venezia, già il 19 agosto del 14

20, aveva riconosciuto gli antichi diritti alla badessa del convento: “il doge Tommaso Mocenigo conferma a Clara di Tricano, badessa del monastero Santa Maria di Aquileia, giurisdizioni, beni e rendite possedute dal convento”[ix]. Per questa situazione “Ottavio Galateo, giudice degl’Ill.mi Signori Conti di Strassoldo”, dovette inoltrare la richiesta “di potere havere la deposizione di alcuni testimoni habitanti nella villa di Muscoli, soggetta all’Ill.mo Monastero di Aquileia”, al gastaldo del Monastero stesso, Giovanni Francesco Deciano. Questi acconsentì a quanto richiesto “al fine che la giustitia non cessi d’havere il dovuto effetto”. Evidentemente, raccolta la deposizione di Zuanne e sentita la testimonianza di Fabio Rossi, il Galateo ritenne opportuno acquisire anche la testimonianza di altri  abitanti di Muscoli.

Nel fascicolo del processo, iniziato nel luglio del 1659 presso la cancelleria di Strassoldo, non risultano però le deposizioni dei testimoni di Muscoli; probabilmente non furono neanche interpellati, in quanto il processo il 17 luglio 1659 ebbe una svolta inattesa: “comparve volontariamente all’offittio della cancelleria Zuanne di Cola” e dichiarò di “haver a suasione di boni amici fatta bona realle et sincera pace con patron Marquardo, per cui stante la suddetta reconciliatione si remove da ogni querella che contro lui havesse fatto non pretendendo egli alcuna cosa dalla Giustitia circa i suoi danni ed interessi medici et medicine pregando la Giustitia perdonarli”.

Non possiamo saper quali furono i veri motivi che indussero inaspettatamente l’ortolano a ritirare la querela, a rinunciare al rimborso di ”spese et interessi medici e medicine”, a interrompere di fatto il processo; i documenti non ce lo riv

elano. Possiamo sol

o ipotizzare quali fossero le motivazioni che portarono Zuanne a far “realle e sincera”  pace con l’arrogante e violento Marquardo.

Senza dubbio avrà avuto per lui un peso decisivo il timore di mettersi contro qualcuno più potente che, oltre a un più elevato stato sociale ed economico, vantava protezioni, non ultima, aggiungiamo noi, quella degli stessi Strassoldo, che in tutta la vicenda si erano mostrati particolarmente sensibili alle sollecitazioni del patrone piranese. Molto concreta era quindi la possibilità che il giudice desse maggiore credito alla versione dei fatti presentata dal benestante istriano piuttosto che a quella del semplice ortolano.

Tra l’altro Zuanne non aveva certo a disposizione denaro per sostenere le spese di un lungo processo né poteva sottrarre tempo al lavoro, indispensabile per il sostentamento dei suoi familiari. Da non trascurare in questo senso le prevedibili pressioni della moglie, preoccupata anche di non trascinare i figli in un processo che rischiava di risolversi a danno di tutta la famiglia.

Queste probabilmente alcune delle “ragionevoli” argomentazioni addotte da non meglio specificati “boni amici”. Forse si trattava realmente di amici che avevano già avuto esperienza degli infiniti trabocchetti di una giustizia complicata, costosa e poco equa. Forse invece si trattava di pressioni esercitate per conto di qualcuno, che, per i suoi particolari interessi, voleva la sospensione del processo.

Un processo incompiuto, quindi, un prepotente impunito e un debole gabbato.

Uno dei tanti casi di malagiustizia tipici dell’epoca.

Terza Pagina, Anno 11 – n. 2  – settembre 2006 – Periodico edito dal Circolo Comunale di Cultura “Nicolò Trevisan” di Palmanova

NOTE


[i] Tutti i corsivi, salvo diversa indicazione, sono tratti dall’Archivio Storico degli Stati Provinciali di Gorizia, Archivio Giurisdizionale Privato I – Atti Giudiziali n. 1514 “Processo per ferimento (Palma)”, a. 1659, Cancelleria: Strassoldo.

[ii] Barca fluviale impiegata per il trasporto delle merci.

[iii] Tipo di barca veneziana di media grandezza, il cui nome deriva da “pilota” in quanto n origine indicava probabilmente una

barca da rimorchio; la peota veniva usata anche per le regate, ornata da addobbi sfarzosi e spinta da otto rematori in costume.

[iv] Il piede veneziano corrisponde a metri 0,347735.

[v] A. Tagliaferri, Rettori Veneti in terraferma XIV Palma (Nova),Giuffrè, Milano, 1979, p. 61.

[vi] Detto anche “zipon” o “giuppone”, indica un capo di vestiario in uso nel XVII secolo, costituito da una giubba abbottonata sul davanti e lunga fino ai fianchi.

 [vii] Antico termine giuridico che indica fideiussione, cauzione.

[viii] M. Galeazzi, Le carte del Monastero di S. Maria di Aquileia, tesi di laurea, Università degli Studi di Padova,

Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1967/1968, p. 20.

[ix] Ibidem, doc.LXII

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